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Onerarie Romane
Navi onerarie romane derivate dai
dai relitti ritrovati nei fondali
dell'Isola d'Elba


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Costruttore:   Massimo Splendore
Periodo: 1° Sec. a.C.          Scala  1:50
Questa scheda è stata preparata con la collaborazione del Costruttore del modello,
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Grazie alla numerosa iconografia navale e ai relitti di imbarcazioni ritrovati durante scavi sottomarini, sappiamo che le navi commerciali, che raggiunsero il loro apogeo in epoca imperiale, presentavano una notevole diversificazione per il tipo e per il nome, dovuta anche all'area geografica.
C'è da dire, comunque, che vi era una certa omogeneità tra le caratteristiche delle imbarcazioni, soprattutto per i numerosi scambi all'interno del Mediterraneo.



Queste navi da trasporto, in latino chiamate "naves onerariae", possedevano una sezione capace con una carena tondeggiante.
La loro lunghezza corrispondeva a circa tre volte la loro larghezza, che era a sua volta il doppio del pescaggio (nella media una nave era lunga 19 meetri, aveva una larghezza di circa 6 e un pescaggio leggermente inferiore a 3 metri.



La forma dello scafo poteva essere simmetrica o asimmetrica. Nel primo caso poppa e prua si trovavano sullo stesso piano. Nel secondo caso la prua si trovava ad un'altezza inferiore. La prua era arrotondata e spesso dotata di un tagliamare, un dispositivo per migliorare la qualità della navigazione.
La poppa poteva terminare con una testa di cigno rivolta all'indietro ed era spesso appesantita da decorazioni, sculture e motivi architettonici semplici.



Talvolta le navi di grande tonnellaggio possedevano una scialuppa di approdo che veniva lsciata in mare assicurata alla poppa.
Nella maggior parte dei casi la cabina si trovava a poppa e sul tetto era posizionato il timoniere. Le murate erano protette da cinte e dotate di una cassa laterale che aveva lo scopo di proteggere il sistema di governo dell'imbarcazione, cioè i remi-timone collocati nella parte posteriore della nave.



Questi potevano essere regolati da cavi e manovrati da una barra, il clavus, che li faceva ruotare sul proprio asse, oppure a braccia (destro e sinistro) dall'unico timoniere. Questo tipo di timone non necessitava di un grande sforzo fisico da parte del timoniere.
Generalmente queste imbarcazioni si muovevamo grazie alla forza del vento che andava a gonfiare le vele: sull'albero maestro, chiamato malus e fissato nella parte centrale della chiglia, era tesa una grande vela quadra, l'acatus.


Le navi di tonnellaggio superiore avevano sopra alla vela "acatus" una più piccola vela triangolare, detta supparum e a prua si trovava un secondo albero inclinato in avanti come un trinchetto e un terzo albero poteva essere presente a poppa. Su tutti gli alberi c'era una vela quadra o trapezoidale.
Tutte le navi erano comunque dotate di remi, utilizzati in caso di necesssità.

Per quanto riguarda il tonnellaggio della navi da carico, questo variava a seconda delle esigenze commerciali.




Dalle fonti scritte si sa che la capacità di 10.000 modii di grano (circa 79 tonnellate) era il limite inferiore per le navi di tonnellaggio medio, che potevano servire lo stato occupandosi dell'approvvigionamento di Roma e godere quindi di determinatu privilegi.
Grazie ai ritrovamenti sottomarini si sa anche che la maggioranza delle imbarcazioni impiegate era di 3.000 anfore (150 tonnellate).

Esistevano anche le "muriophoroi", letteralmente "portatrici di 10.000 anfore (500 tonnellate)", considerate le navi più grandi del periodo fine-repubblicano ed imperiale; il loro limite minimo era stato fissato a 50.000 "modii" (330 tonnellate).

Principali caratteristiche strutturali distintive della nave:
- tegole (coppi e albricci) delle cabine in terracotta e chiodate
- opera viva in lastre di piombo.